DRESS

LA MIA RIVOLUZIONE

Ieri vi ho parlato del Fashion Revolution Day e, come promesso, oggi vi parlo della mia Rivoluzione personale 🙂

Fino a prima, e anche durante la fase iniziale dello Specchio (che era la mia bottega di abbigliamento), non ho mai badato più di tanto alle  conseguenze che le mie scelte consumistiche potessero apportare nel mondo.
In generale nella vita, non parlo solo di abbigliamento.

Ho costantemente propagandato pace e giustizia ma di fatto quando si trattava di acquisti, sono sempre stata un’ibrida: già dall’adolescenza, ho preferito il vintage/second hand e il fatto a mano, fin da quando il Sabato bigiavo scuola per andare in fiera di Senigallia sui Navigli, un po’ per una questione di stile ed unicità e un po’ perché sono un’eterna romantica e sapere che dietro al mio capo ci siano le mani o l’anima di qualcuno mi ha sempre rapita, ma quando si trattava di soddisfare il mio bisogno di riempire vuoti esistenziali con l’effimera felicità di una camicetta “al volo”, che se tutto fosse andato bene l’avrei indossata due volte nella vita, allora mettevo da parte tutti gli ideali del caso.

Nessuno mai mi ha insegnato a badare a cosa stia dietro un prodotto, i parametri piuttosto erano:
È bello? SI / NO
Ti sta bene? SI / NO
Costa poco? SI / NO
Costa Tanto? MMMhhhh… pensiamoci!

Ma cosa c’è dietro un “Costa Poco?” o un “Costa Tanto?”

Beh, dallo Specchio ho imparato molto {e con Specchio intendo tutte le persone/aziende che ho conosciuto e dalla quali ho appreso moltissimo, compresa la sensibilità verso il prodotto che ho oggi}.
Ho imparato che dietro un “costa poco” ci può essere molta qualità di tessuto e manifattura, anche originalità, ma con tutta probabilità non c’è quello standard produttivo a livello umano che c’è di norma dietro un capo con un prezzo più alto e che viene certificato SOSTENIBILE, FAIR TRADE o ARTIGIANALE.

All’epoca della selezione fornitori avevo una sfilza di produttori Fair Trade che mi sarebbe piaciuto inserire in negozio ma

  • vuoi che il mercato di allora non fosse ancora predisposto/pronto/preparato sull’argomento Fair Trade
  • vuoi i consigli sbagliati
  • vuoi il piccolo budget che avevo a disposizione per la prima fornitura (perché Sì, i capi che non implicano sfruttamento COSTANO DI PIU’!!!)
  • vuoi la conseguente paura di sbagliare
  • vuoi che allora non sapevo quanto fosse importante avere un target, e cercavo di accontentare tutti!
  • vuoi tante cose

sta di fatto che invece di seguire il mio istinto e il mio pensiero, ho scelto la via più sicura, optando per fornitori che sicuramente offrivano un’eccellente qualità ma non avevo la più pallida idea di come questi capi venissero realizzati!
Certo, i corner Vintage e HandMade sono stati un MUST fin dall’apertura, ma a parte rare eccezioni, la piazza che avevo scelto non era decisamente adatta per fare ciò che avevo in mente!
Ma questa si chiama esperienza, o no?

Ad ogni modo…
Il succo del discorso è che non mi voglio arrogare la presunzione di decretare se acquistare Fast Fashion sia giusto o sbagliato, solo penso sarebbe bello che queste aziende che il mondo della moda lo comandano, fornissero ai consumatori un po’ più di trasparenza sui metodi di produzione…
PERCHE’ BASSO COSTO E’ SPESSO INDICE DI SFRUTTAMENTO E NEMMENO CE LO IMMAGINIAMO IL PREZZO CHE LE PERSONE CHE PRODUCONO I NOSTRI VESTITI DEBBANO PAGARE, PUR DI AVERE UN LAVORO.

Stef rivoluzionaria, con le margherite in testa! 🙂
Foto di Luca Verzella

 

Ogni persona giunge a determinate scelte in base ai suoi tempi e alla sue esperienze, nel mio caso ci è voluto un po’, ho iniziato a pensare alle conseguenze delle mie azioni in seguito ad un mio grande malessere, che mi ha depauperata di ogni energia utile a mandare avanti la mia vita e di conseguenza la mia attività: finché andava tutto bene, tutto bellissimo – che figo il VINTAGE, che figo l’HANDMADE… ma che fighi anche i saldi della CATENA DI TURNO!

Ma quando le cose sono iniziate ad andare male perché il mio disturbo mi ha portata a perdere una bella fetta di clienti, e pur di pagare affitto/tasse/nuova merce per cercare di tenere in piedi “IL Sogno” con quelle poche energie che mi restavano, ho iniziato a ridurre tutto il riducibile, fino a non darmi più lo stipendio.
Ecco, è lì che ho iniziato a pensare a cosa vuol dire lavorare senza salario, è li che ho iniziato a farmi delle domande e a cercare delle risposte, ed ho deciso che appena mi sarebbe stato possibile, avrei cambiato radicalmente le mie scelte d’acquisto.

Vi svelo un segreto, una notte, tanti anni fa, in preda ad un purissimo episodio di delirio di onnipotenza, io la RIVOLUZIONE la volevo fare… ma VOLEVO FARLA PER DAVVERO!

Ecco, ci sono voluti all’incirca 4 anni per riprendermi da quell’episodio, tanta consapevolezza e un’infinita forza di volontà.
La RIVOLUZIONE la voglio ancora fare, e lo voglio fortemente, e non me ne frega niente dei giudizi e dei commenti che io sola so cosa vuol dire aver subito.
La rivoluzione abita il mio cuore, non ci posso fare nulla.
La cosa bella però è che ho capito che prima di cambiare il mondo, bisogna innanzi tutto ficcarsi una torcia in bocca e guardarsi bene dentro, ho capito che la rivoluzione la si fa con i piccoli gesti quotidiani ed insieme alle persone vicine e a quelle che, seppur lontane e abitanti di un universo virtuale, condividono con te la stessa visione del mondo… quello reale!

Detto questo, io non sono assolutamente una super esperta in materia, ma credo di saperne un po’ di più della media e comunque, da qualche parte si deve pur cominciare!

Questo blog è un altro passo nel percorso di consapevolezza che ho deciso di intraprendere per guardarmi allo specchio con orgoglio e Lui crescerà con me.
***
Se vi interessa sapere qualcosa di più in merito alla moda sostenibile, vi consiglio di seguire alcune delle persone che mi hanno ispirata in questa scelta:
Camilla Mendini aka Carotilla
Safia Minney, fondatrice del brand People Tree UK, ecologista e Autrice di Naked Fashion, Slow Fashion e Slave to Fashion.
E ancora una volta, vi suggerisco la visone del documentario The True Cost su Netflix.

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